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Home arrow ChemBlog arrow cambiamento climatico arrow Clima, Pentagono e sicurezza nazionale
Clima, Pentagono e sicurezza nazionale Stampa E-mail
11 Ago, 2009 at 11:58 AM

Fonte: ansa.it (9 agosto 2009)

Clima, una sfida anche militare
Pentagono sta studiando l'effetto serra e sicurezza del pianeta

(ANSA) - WASHINGTON, 9 AGO - Il cambiamento climatico pone sfide cosi' potenti che sara' necessario coinvolgere anche le forze militari,sostengono esperti Usa. Alcune fonti dell'intelligence militare Usa hanno per la prima volta reso noti i risultati di simulazioni fatte dal Pentagono per studiare l'effetto serra.In base agli scenari realisticamente futuribili,gli Usa stanno pensando a coinvolgere le forze armate, perche' il cambiamento climatico avra' effetti diretti sulla sicurezza di ampie zone del pianeta.


 ***

Fonte: repubblica.it (9 agosto 2009)

PENTAGONO SI PREPARA A GUERRE CAUSATE DA DANNI AMBIENTE

Nel febbraio del 2004 il Pentagono stilo' un rapporto segreto per il presidente George W. Bush che prevedeva entro il 2020 lo scoppio di una serie di conflitti innescati dai cambiamenti climatici. Cinque anni dopo i militari hanno iniziato a prepararsi a questi nuovi scenari di guerra con delle simulazioni di conflitti ('war games') in cui, tra l'altro, suggeriscono di passare prima possibile all'uso di fonti energetiche rinnovabili per contenere il riscaldamento globale. E' quanto rivela il New York Times secondo cui il Pentagono ha preso atto che i cambiamenti climatici globali porranno sfide strategiche molto gravi agli Stati Uniti, che dovranno far fronte sia sul fronte degli aiuti di emergenza ma anche a focolai di guerra causati da uragani, siccita',e migrazioni di massa e pandemie. Queste crisi potrebbero far crollare governi, alimentare movimenti terroristici e destabilizzare intere regioni, in particolare nell'Africa sub-sahariana, nel Medio oriente e nel sud est asiatico. Nel giro di 20-30 anni, queste regioni dovranno combattere contro carenza di cibo, acqua e alluvioni catastrofiche derivanti dai cambiamenti climatici e dall'innalzamento delle temperature. E la risposta non potra' essere solo di carattere umanitario, ma necessariamente anche militare. Il caso pratico preso in considerazione alla National defense University ha preso in considerazione l'impatto devastante di un uragano seguito da inondazioni nel Bangladesh musulmano con centinaia di migliaia di sfollati che cercherebbero riparo nell'India a maggioranza indu', innescando conflitti religiosi, diffondendo malattie contagiose, mettendo a dura prova le gia' deboli infrastrutture. Le variazioni climatiche minacciano direttamente alcune basi militari Usa perche' molte installazioni si trovano esposte al rischio dell'innalzamento delle acque, come in Florida e della Virginia (come le basi della marina di Norfolk e San Diego)o nell'Oceano indiano (l'isola di Diego Garcia da cui partono i bombardieri che colpiscono l'Afghanistan.

***

Fonte: lastampa.it (10 agosto 2009)

Allarme clima
Per il Pentagono è il nuovo nemico

   
Uragani e carestie al centro dei war games dei generali Usa. Le nuove guerre saranno scatenate da fattori "ambientali"
ANNA ZAFESOVA


Non solo russi, cinesi, iraniani, arabi e coreani. Nella lista dei nemici potenziali dell’America accanto a loro oggi sono apparsi tifoni, carestie, alluvioni, cicloni, tsunami. Il deserto che avanza e il ghiaccio polare che si scioglie vengono catalogati come minacce accanto a Bin Laden e Kim Jong-il. Attacchi missilistici delle potenze nucleari, codici militari violati, Stati-canaglia che rubano l’atomica, terroristi islamici che complottano per colpire le città dell’Occidente: gli incubi che per anni hanno affollato le menti degli strateghi del Pentagono non sono più questi. O almeno non solo. Forse perfino peggiori di quelli della guerra fredda, perché con la natura non si può trattare e non si può mandare una squadra di superaddestrati marines a eliminare l’effetto serra.

E’ una nuova guerra mondiale. Da quest’anno il Pentagono e il Dipartimento di Stato Usa catalogano il clima come una delle minacce alla sicurezza nazionale americana. Esperti di intelligence e analisti studiano i calendari dei monsoni e le siccità in Africa. Di recente sono state svolte simulazioni di «war games» su disastri indotti dai cambiamenti climatici, utilizzando sofisticati programmi di simulazione del clima usati dalla Marina e dall’Aviazione, insieme alle ricerche della Nasa e dell’Amministrazione nazionale per l’Oceano e l’Atmosfera. Un’esercitazione «virtuale» alla National Defense University ha affrontato il «modello» di un’alluvione devastante nel Bangladesh: centinaia di migliaia di profughi spinti dall’acqua in India, già sovrappopolata, facendo scoppiare incendiari conflitti per il territorio, scontri tra genti di religioni differenti e diffondendo malattie contagiose importate dalla zona del disastro, con conseguente crollo delle già fragili infrastrutture dell’area. Uno scenario alquanto probabile che, nella simulazione, «diventa subito estremamente complicato», dice al New York Times Amanda J. Dory, che lavora con il gruppo del Pentagono incaricato di inserire nell’agenda della sicurezza nazionale le minacce derivanti dal cambiamento climatico.

Che sono tante e inesorabili. Cicloni e siccità possono scatenare pandemie e carestie che spingono a migrazioni di massa, milioni di persone in fuga, a combattere per risorse elementari come il cibo e l’acqua, che all’improvviso diventano drammaticamente insufficienti per tutti. Situazioni nelle quali sguazzerebbero movimenti terroristici ed estremisti di varia natura, tragedie che alimenterebbero nazionalismi violenti e guerre religiose, facendo vacillare governi di mezzo mondo. Secondo i «war games» svolti dal Pentagono e le ricerche delle agenzie di intelligence americane, già oggi si possono delineare le aree maggiormente a rischio nei prossimi 20-30 anni per questi sconvolgimenti «clima-dipendenti»: l’Africa sub-sahariana, una delle zone più popolate e povere del mondo, il Medio Oriente, dove gli antichi conflitti politico-religiosi potrebbero ricevere nuova linfa dalla mancanza dell’acqua e dall’esplosione demografica, e il Sud-Est asiatico, dove centinaia di milioni di persone vivono sotto la spada di Damocle di violenti terremoti, tsunami e uragani.

Pericoli ormai considerati inesorabili: anche se i diversi negoziati sul cambiamento climatico porteranno alla drastica riduzione delle emissioni di gas serra, il meccanismo già avviato di riscaldamento globale rischia comunque di produrre delle conseguenze nei prossimi decenni. E così dai tentativi di prevenzione si passa ai più pragmatici piani per affrontare emergenze inevitabili. Sia da un punto di vista umanitario - l’esercito e l’aviazione americana studiano piani per ponti aerei e interventi urgenti in caso di disastri naturali e migrazioni di massa - che da un punto di vista strategico. Milioni di persone senza casa, senza mezzi di sostentamento e senza cibo, in fuga da uno tsunami o da un’epidemia possono diventare un pericolo sociale e politico, e quindi anche militare. E il moltiplicarsi delle emergenze umanitarie in giro per il mondo, avverte il National Intelligence Council, rischia di impegnare risorse militari destinate alle attività belliche vere e proprie.

L’innalzamento del livello dei mari cambia già oggi lo scenario di eventuale guerra, mettendo a rischio diverse postazioni americane. Alcune basi dell’aviazione in Florida sono state distrutte o danneggiate dagli ultimi uragani, e il livello dell’oceano in aumento costringe a riprogettare le basi navali a Norfolk e San Diego. Ancora più a rischio è la base a Diego Garcia, l’atollo nell’oceano Indiano snodo cruciale per le forze americane e britanniche in Medio Oriente. L’isolotto è praticamente a livello del mare, e potrebbe venire sommerso se le previsioni sull’innalzamento degli oceani si avverassero. Lo scioglimento dei ghiacci apre invece un «buco» nelle difese polari: nella calotta artica si apre un canale navigabile che richiedere la revisione di tutti i piani strategici di diversi Paesi.

Un esempio di guerra «clima-dipendente» esiste già, dice al New York Times John Kerry, ex candidato democratico alla presidenza e oggi, da presidente del Comitato per le relazioni internazionali del Senato, capofila di questa nuova battaglia ecologico-strategica. E’ il Sudan meridionale, dove la siccità e la crescita dei deserti ha ucciso o costretto alla fuga decine di migliaia di persone, producendo un conflitto per ora senza soluzione: «E’ un’esperienza destinata a ripetersi, e su scala sempre più vasta», dice il senatore, che per conto di Barack Obama si appresta a convincere il Senato ad approvare il pacchetto di leggi sul clima e l’energia già votato a giugno dalla Camera. Userà, tra gli altri, il nuovo argomento della minaccia strategica derivante dal mercurio in inarrestabile aumento. L’altra alleata di Obama è Hillary Clinton, che da senatrice aveva autorizzato, nel 2008, modifiche al budget del Pentagono per includere i cambiamenti climatici nei piani strategici.

Ci sarà per la prima volta una sezione dedicata al clima nel suo rapporto sulla Difesa che uscirà a febbraio, e il Dipartimento di Stato - oggi guidato proprio da Hillary - farà altrettanto nel suo rapporto su diplomazia e sviluppo. Diverse agenzie di intelligence stanno studiando i vari risvolti del cambiamento climatico, anche a livello delle singole nazioni, per capire se i vari governi riusciranno a reggere la pressione di calamità naturali che producono terremoti sociali, economici e umani. «Dovremo pagare per il cambiamento climatico, in un modo o in un altro», dice il generale Anthony C. Zinni. «O pagheremo per ridurre le emissioni di gas serra, con ripercussioni economiche. O pagheremo il prezzo più tardi, in termini di impiego militare, e di vite umane». 

***

Fonte: ilgiornale.it (10 agosto 2009)

Pentagono, il nuovo nemico è il clima
di Matteo Buffolo

Che il cambiamento climatico sia ormai un argomento al centro dell'agenda politica di ogni Stato, lo ha dimostrato anche l'ultimo G8 dell'Aquila. E da oggi è al centro anche delle simulazioni del Pentagono, che ha deciso di prepararsi in prima persona alle sfide che il riscaldamento globale pone, con la convinzione che avrà effetti diretti sulla sicurezza di ampie zone del pianeta. Per questo il ministero della Difesa statunitense ha deciso di preparare delle simulazioni come quelle che durante la guerra fredda venivano usate per prepararsi contro un eventuale attacco sovietico.
Le preoccupazioni principali degli uomini del Pentagono sono le conseguenze che le variazioni climatiche potrebbero avere sulle infrastrutture militari degli Stati Uniti, poiché molte installazioni si trovano in zone vulnerabili da un punto di vista climatico, come in Florida (dove la base aerea di Homestead fu già quasi distrutta dall'uragano Andrew nel 1992) o nell'Oceano Indiano (dove c'è l'atollo di Diego Garcia, che serve da base per tutto il Medio Oriente sia per le truppe statunitensi che per quelle britanniche). Per non parlare dell'oceano Artico, naturale barriera di ghiaccio con la Russia, che ormai quasi non esiste più. Oltre ai problemi che potrebbero riguardare direttamente le truppe americane, poi, al Pentagono c'è anche preoccupazione per come delle crisi di origine ambientale potrebbero far crollare governi, alimentare movimenti terroristici e destabilizzare intere regioni, in particolare nell'Africa subsahariana, nel Medio Oriente e nel Sud-Est Asiatico.
Simulazioni recenti dell'intelligence hanno concluso che nel giro di 20-30 anni, queste regioni dovranno combattere contro carenza di cibo, acqua e alluvioni catastrofiche derivanti dai cambiamenti climatici e dall'innalzamento delle temperature. E la risposta non potrà essere solo di carattere umanitario, ma necessariamente anche militare, con le truppe addestrate a intervenire anche di fronte a uragani, siccità, migrazioni di massa e pandemie.
E se a febbraio il Pentagono inserirà una sezione «clima» nel suo piano quadriennale per le strategie di difesa, le esercitazioni sono già una realtà. La prima simulazione virtuale ha preso in ipotesi un uragano seguito da inondazioni nel Bangladesh: centinaia di migliaia di sfollati si riverserebbero sulla vicina India, innescando conflitti religiosi, diffondendo malattie contagiose, mettendo a dura prova le già deboli infrastrutture. «Diventerebbe tutto molto grave e molto in fretta», ha spiegato Amanda Dory, vicesegretario della Difesa per le strategie, che lavora in un gruppo incaricato dal Pentagono di inserire i cambiamenti climatici nella pianificazione sulla sicurezza nazionale. Un gruppo che ha il suo padrino politico nel senatore John Kerry, che da anni spinge per prepararsi a gestire situazioni come quella del Sud del Sudan, «dovuta all'espandersi del deserto verso il nord».